Uno scienziato calabrese ha trasformato la tavola povera dei nostri nonni in scienza per il mondo. È la metafora perfetta di cosa dovremmo fare con la tecnologia: custodire la memoria, non divorarla.

C'è uno scienziato, tra i massimi esperti di longevità al mondo, che insegna a Los Angeles. Si chiama Valter Longo. La sua famiglia viene da Molochio, un paesino dell'Aspromonte finito due volte sulla copertina del National Geographic per la quantità di centenari.

Che cosa ha fatto Longo, in venticinque anni di ricerca tra l'America e la Calabria? Ha preso la tavola povera della sua infanzia — legumi, verdure, cereali, poco pesce, quasi niente carne — e l'ha trasformata in scienza. Proprio a Varapodio, nel reggino, sta conducendo uno dei più grandi studi clinici al mondo sulla dieta della longevità.

Applicare alla nutrizione antica gli studi moderni. La longevità non si inventa: si ricorda.

Il consumo veloce della storia, in un piatto

La saggezza dei nostri nonni — cosa mangiare, come, quando — non era folklore. Era un sapere accumulato in secoli. E noi, in pochi decenni, l'abbiamo buttato via, per omologarci a un modello globale, fino al punto che oggi i nostri bambini sono tra i più in sovrappeso d'Europa. Longo ha dovuto riscoprire, con la scienza, ciò che mia nonna sapeva e applicava senza bisogno di un laboratorio. Una conoscenza accumulata in mille anni, consumata in trenta.

La scelta dell'AI

E qui sta il punto che lega tutto. L'intelligenza artificiale può fare due cose opposte. Può accelerare ancora quella amnesia, riempendoci di tutto-e-subito senza più memoria. Oppure può fare il contrario: custodire quel sapere, trasformarlo in dato, renderlo trasmissibile a chi una nonna così non l'ha avuta. L'IA non sostituisce la tavola della nonna. La può rendere analizzabile, e regalarla al mondo. E questa non è una scelta tecnologica: è una scelta culturale, ed è perciò una scelta politica.