La Relazione · 28 giugno 2026

L'Intelligenza Artificiale
e il consumo veloce della storia

nelle imprese e nella Pubblica Amministrazione

Una visione imprenditoriale sul futuro che ci attende — il potere, il lavoro, l'Europa, il Mezzogiorno — portata su invito a una scuola di formazione politica. Non un discorso di parte, ma lo sguardo di chi queste macchine le costruisce ogni giorno.

Premessa

Il tempo

Lasciate che cominci dicendovi chi sono. Io non sono un uomo di partito. Vengo qui come imprenditore, come cittadino, e come figlio di questa terra, a portarvi una visione. Ho costruito imprese, ho creato lavoro, e da anni progetto con le mie mani i sistemi di intelligenza artificiale di cui vi parlerò. E credo che, proprio perché non devo difendere nessuna casacca, posso permettermi di dirvi le cose come le vedo.

Quando il professor Ceravolo mi ha invitato, e mi ha affidato il tema di oggi, non ho pensato subito all'intelligenza artificiale. Ho pensato a una parola sola. Il tempo.

Perché io sono figlio di contadini, e nipote di contadini, di questa terra. E per i primi vent'anni della mia vita ho vissuto dentro un tempo lento. Il tempo delle stagioni. Il tempo di mio nonno, che si chiamava Giacomo come me, e che aspettava un anno intero per vedere il frutto di una semina. Un tempo in cui il mestiere del padre diventava il mestiere del figlio, e il mondo cambiava così piano che potevi viverci dentro una vita, e lasciarlo quasi com'era.

E poi, in pochi anni, tutto è accelerato. Mi sono ritrovato a costruire le macchine intelligenti di cui vi parlerò. Dalla pazienza della terra alla velocità dell'algoritmo. In una sola vita.

Lasciatemi dire, in due parole, cosa faccio: perché parlo di queste cose non per averle lette, ma perché le vivo ogni giorno. Guido Credit-One, una società di mediazione creditizia, un intermediario finanziario nato in Calabria. Per ragioni di settore abbiamo dovuto mettere la sede legale a Roma e in altre città d'Italia — ma io ho potuto restare qui, attorno alle mie radici, ed è una scelta a cui tengo. E ho fondato HumanX, con cui offriamo consulenza, strategia e progettazione per portare l'intelligenza artificiale dentro le imprese: adattiamo i sistemi gestionali, li perfezioniamo, accompagniamo le aziende perché abbiano intelligenze artificiali addestrate sui loro bisogni, capaci di svolgere funzioni, compiti e ruoli su misura. Vi parlo, insomma, da chi queste macchine le mette a terra, nelle imprese vere, tutti i giorni.

Apertura

Ciò che possiamo essere

Voglio cominciare da un fatto accaduto pochi giorni fa. A Chicago è stato inaugurato il centro dedicato a Barack Obama, nel quartiere dove, da giovane, faceva l'organizzatore di comunità tra la sua gente. E in quella cerimonia Obama ha detto una frase che vi consegno come una chiave: questo luogo ci ricorda ciò che possiamo essere.

Siamo in una fattoria, in mezzo alla campagna del Vibonese, in un luogo nato per non lasciare indietro nessuno. E io credo che ci sia un filo, sottile ma vero, che lega quel South Side di Chicago a questa terra: che proprio mentre la tecnologia accelera fino a toglierci il fiato, la risposta non è la corsa solitaria di ciascuno. La risposta è la comunità. È la formazione. È il noi.

Una storia italiana

Federico Faggin, e la ferita

C'era un ragazzo, nato a Vicenza nel 1941, figlio di un professore. Non fece il liceo: fece il perito industriale. E come tanti dei nostri talenti migliori, partì per la California. Quel ragazzo si chiamava Federico Faggin. Fu lui, nel 1971, a guidare il gruppo che costruì il primo microprocessore della storia: un'unghia di silicio con più potenza di calcolo di un calcolatore che, prima, pesava trenta tonnellate. E sapete chi, anni dopo, gli consegnò la più alta onorificenza tecnologica d'America? Barack Obama.

Ma non vi racconto Faggin per orgoglio. Ve lo racconto per una ferita: il primo microprocessore del mondo l'ha costruito un italiano in California, e non qui. L'Italia, allora, era alla frontiera. Poi quella frontiera l'abbiamo lasciata andare. E il talento fece quello che il talento fa sempre, quando non trova un sistema che lo regge: se ne andò. Oggi, con l'intelligenza artificiale, siamo di nuovo a quel bivio — soltanto che, questa volta, sappiamo già come andò a finire la prima volta.

E c'è una seconda lezione, ancora più profonda. Quest'uomo, che ha dato al mondo il cervello delle macchine, ha passato la sua seconda vita a sostenere che le macchine non avranno mai un'anima. Significa che il compito della politica non è difendere l'uomo sul terreno delle macchine, dove la partita è persa. È costruire una società che valorizzi ciò che ci rende umani. L'umanesimo non è il nemico della tecnologia: è la sua destinazione.

Capire

Non è programmata. È coltivata.

C'è un equivoco all'origine di metà degli errori: pensare che l'IA sia un programma normale, una lista di istruzioni. Per settant'anni il software è stato così. Ma questa è un'altra cosa. È l'opposto.

Immaginate di insegnare a un bambino a completare le frasi, facendogli leggere l'intera biblioteca dell'umanità. A ogni frase vi fermate prima dell'ultima parola e gli chiedete: quale viene adesso? All'inizio sbaglia sempre, ma ogni volta qualcosa si aggiusta. Alla fine, per indovinare la parola giusta, sarà stato costretto a costruirsi dentro un'immagine del mondo. Non è programmata: è addestrata. Non è scritta: è coltivata.

Da questo discendono quattro verità: la macchina stima, non sa, e a volte sbaglia con sicurezza; eredita i pregiudizi dei dati su cui è cresciuta; è oscura perfino per chi la costruisce; e costa, in capitali, materiali ed energia che solo pochissimi possiedono. Tenetele: ci dicono dove deve mettere i piedi la legge, e perché la concentrazione di questo potere è la grande questione del secolo.

Che cos'è davvero

Non un'invenzione. Un'infrastruttura.

E qui devo dirvi perché non si tratta dell'ennesima novità tecnologica, di un'app in più. Gli economisti hanno un nome per pochissime invenzioni nella storia: le chiamano tecnologie di uso generale. Non sono strumenti che risolvono un problema: sono infrastrutture su cui se ne risolvono mille. Nei secoli ne abbiamo avute poche: la stampa, la macchina a vapore, l'elettricità, il motore, e infine internet. Tecnologie che non hanno aggiunto una funzione al mondo: ne hanno riscritto le regole di base.

E attenzione, perché la differenza con internet è la chiave di tutto. Internet è stata la grande tecnologia della distribuzione: ha azzerato il costo di trasmettere e copiare l'informazione, ha cambiato come le cose si muovono. L'intelligenza artificiale è qualcosa di diverso: è la prima tecnologia della cognizione. Abbassa il costo di produrre ragionamento, analisi, scrittura, codice. Cambia chi — o cosa — può fare il lavoro intellettuale. Internet ha amplificato le menti umane; l'IA, in alcuni compiti, comincia a sostituirle. Ecco perché il paragone più giusto non è «internet 2.0», ma l'elettricità o la stampa: una frattura, non un aggiornamento.

E allora quanto è potente? Vi rispondo con onestà, perché su questo nessuno deve fare il profeta. Per velocità ha già battuto tutto: internet dovette posare i cavi, l'intelligenza artificiale corre su quei cavi già posati, ed è per questo che si è diffusa più in fretta di qualunque tecnologia nella storia. Per ampiezza tocca tutto ciò che internet aveva digitalizzato, e in più ciò che non aveva mai automatizzato: la diagnosi, la ricerca scientifica, il diritto, la scuola. Ma sulla profondità — su quanto cambierà davvero la nostra vita — la verità è che non lo sa nessuno, e chi vi dice il contrario vi sta vendendo qualcosa. C'è chi, come il premio Nobel Acemoglu, invita alla prudenza: l'elettricità fu inventata nel 1880, ma i frutti nelle fabbriche arrivarono solo intorno al 1920, quando si ripensò l'organizzazione del lavoro; e così, dice, ci vorranno quindici o vent'anni anche stavolta. E c'è chi pensa il contrario: che questa tecnologia, potendo migliorare se stessa, acceleri di ordini di grandezza.

Io non sono né dell'una né dell'altra parrocchia, e vi dico da imprenditore ciò che conta per noi: la potenza di una tecnologia non si misura dal suo picco teorico, ma da quanto si traduce in valore reale, distribuito, integrato nei processi delle persone e delle imprese. E lì, in quella traduzione, la differenza non la fa l'algoritmo: la fa chi prepara il territorio a riceverlo. La fa la politica.

Potere

Due imperi, un'incompiuta

Nel Novecento il rango delle nazioni si decise sul carbone, sul petrolio, sull'atomo. E non è un caso che l'Europa unita sia nata, nel 1951, come comunità del carbone e dell'acciaio: mettere in comune la risorsa strategica rende la guerra impossibile. Oggi quella risorsa si chiama intelligenza artificiale, e poggia su quattro pilastri: i chip, l'energia, i dati, i cervelli.

Su questa scacchiera si muovono due imperi. Gli Stati Uniti, con l'innovazione privata e una potenza di capitali mai vista: poche aziende valgono più di tutte le borse d'Europa messe insieme. E la Cina, con l'IA come progetto di Stato — e come sistema di sorveglianza da esportare. Nel gennaio 2025 una società cinese quasi sconosciuta, DeepSeek, ha pubblicato un modello forte come i migliori americani a una frazione del costo, e in un giorno il principale produttore di chip ha perso quasi 600 miliardi di dollari.

E volete la prova, freschissima, di quanto sia spietata questa guerra? È di pochi giorni fa, e tocca da vicino l'azienda che ha costruito proprio il sistema con cui io lavoro ogni giorno, Anthropic, la creatrice dell'intelligenza artificiale chiamata Claude. Anthropic ha scritto al Senato americano denunciando il più grande furto di capacità che abbia mai misurato: operatori legati al colosso cinese Alibaba, e al suo laboratorio Qwen, avrebbero creato quasi venticinquemila account falsi per interrogare Claude quasi ventinove milioni di volte, tra aprile e giugno di quest'anno, con un solo scopo: rubarne l'intelligenza. È una tecnica che ha un nome, «distillazione»: non rubi il progetto della macchina, ma la interroghi milioni di volte per copiarne le risposte, e così addestri una tua copia a una frazione del costo. Per darvi la misura: questa sola operazione avrebbe superato tutti i tentativi cinesi precedenti messi insieme. E badate alla conseguenza, perché è il cuore politico di tutto: il caso è arrivato dritto al Congresso, e i senatori stanno già preparando sanzioni. Ciò che era una questione tecnica è diventato, nel giro di una notte, una questione di sicurezza nazionale e di legge commerciale. L'intelligenza artificiale non è più un prodotto: è terreno di scontro fra potenze. E noi europei, su quel terreno, non possiamo permetterci di essere né spettatori né prede.

E in mezzo c'è un'incompiuta: siamo noi. L'Europa.

L'IA come arma

Palantir, e l'intelligenza sovrana

C'è un momento in cui l'intelligenza artificiale smette di essere un prodotto e diventa un bene dello Stato, un'arma della potenza. Quel momento ha un nome che viene dal Signore degli Anelli: Palantir, le pietre che permettevano di vedere lontano. Nasce all'indomani dell'11 settembre, tra i suoi primi finanziatori il braccio di investimento della CIA. Iraq, Afghanistan, Pentagono.

Poi è arrivata la guerra in Ucraina, che gli osservatori chiamano il più grande laboratorio a cielo aperto di intelligenza artificiale militare della storia. E nella primavera del 2025 la NATO ha adottato il suo sistema, integrandolo in poche settimane. Oggi ogni potenza tratta calcolo, modelli e dati come un tempo trattava i pozzi di petrolio: è nata perfino una parola, intelligenza artificiale sovrana.

Il rischio

La Russia, e la linea rossa

Fu Vladimir Putin, nel 2017, a dire: «chi guiderà l'intelligenza artificiale dominerà il mondo». Aveva capito tutto, prima di quasi tutti. E poi ha perso la corsa che aveva annunciato: oggi la Russia è intorno al trentesimo posto al mondo. Sanzioni, fuga di cervelli, modelli storpiati dalla censura. Il controllo dell'informazione, che è la forza del regime, è la zavorra della sua tecnologia.

E qui la domanda più grave: oltre alla bomba atomica, esiste oggi un rischio intelligenza artificiale? Non è una paura dei nemici della scienza: nel 2023 centinaia di ricercatori, e i capi dei principali laboratori, hanno firmato una frase di una riga: ridurre il rischio di estinzione legato all'IA dovrebbe essere una priorità globale, accanto alle pandemie e alla guerra nucleare. C'è una linea rossa che non si negozia: mai una macchina deve poter decidere da sola di togliere una vita umana. Le cose che l'uomo crea restano sotto il controllo dell'uomo solo quando gli uomini si organizzano per controllarle. E quel mestiere si chiama politica.

L'Europa

Le regole, e la potenza

Di noi europei si dice una battuta crudele: l'America innova, la Cina copia, l'Europa regola. Contiene una verità e una menzogna. La verità: siamo indietro. Il nostro stesso risparmio, di noi tra i popoli più risparmiatori del mondo, vola a finanziare l'innovazione americana. Mario Draghi, nel 2024, lo ha scritto senza giri di parole: l'Europa rischia una lenta agonia, e servono investimenti nell'ordine di 800 miliardi di euro l'anno.

Ma la menzogna è che regolare sia da perdenti. La domanda non è mai se fare regole, ma chi le scrive: se non le scrive il popolo, le scrivono i contratti delle grandi piattaforme. La legge europea sull'IA — la prima al mondo — vieta di manipolare le persone, sfruttare i bambini, sorvegliare i volti, dare un punteggio sociale. È un elenco di libertà.

La lezione: le regole senza la potenza sono una predica; la potenza senza le regole è una minaccia. L'Europa ha scritto le regole. Adesso deve costruire la potenza. E ha un nome antico, che ieri era un sogno e oggi è una necessità: Stati Uniti d'Europa.

E badate: questa potenza ha già un volto, una proposta concreta sul tavolo. C'è chi propone di costruire un CERN europeo dell'intelligenza artificiale: come nel dopoguerra mettemmo in comune la fisica per non lasciarla nelle mani di pochi, così oggi un grande centro pubblico, aperto, trasparente, che unisca i cervelli e le risorse dei nostri Paesi invece di disperderle in mille rivoli nazionali. Costerebbe intorno ai settecento milioni l'anno: una frazione di quei seicento miliardi che la Cina ha bruciato in un giorno di Borsa. È l'idea di una terza via europea: né l'intelligenza artificiale lasciata al solo profitto di pochi, come nel modello americano, né quella del controllo di Stato, come nel modello cinese. Una via che mette la tecnologia al servizio delle persone. Io questo lo dico da imprenditore, non da ideologo: il mercato da solo non costruirà mai un bene comune. Lo costruisce una comunità che decide di farlo insieme.

E qui tocco il nervo più scoperto, quello che dovrebbe togliere il sonno a tutti noi. Questa rivoluzione si fa con i cervelli, e i cervelli si formano nella ricerca pubblica, nelle nostre università. Ma noi che facciamo? I nostri ragazzi più bravi, formati con i nostri soldi, li regaliamo agli Stati Uniti e alla Germania. È la più assurda delle esportazioni: cresciamo il talento e poi lo doniamo a chi ci fa concorrenza. Non esiste sovranità tecnologica senza un investimento serio nella ricerca e nel diritto dei nostri giovani a restare — a costruire qui, a casa loro, ciò che oggi vanno a costruire altrove. Un Paese che taglia l'università mentre il mondo corre sull'intelligenza artificiale non sta risparmiando: si sta suicidando lentamente. Investire nei cervelli non è una spesa. È l'unica vera difesa che ci resta.

Il Sud

«Perché vi stupite tanto?»

E se la prossima Silicon Valley fosse qui? Vi sembra retorica. Vi dimostro che non lo è, con due fatti. Il primo: nel 2023 uno dei più grandi informatici viventi al mondo, professore a Oxford, ha lasciato Oxford per l'Università della Calabria. E non a fare il pendolare: è andato a vivere a Paola, sul nostro mare. Quando gli hanno chiesto, con lo stupore di tutta Italia, perché, ha risposto: «perché vi stupite tanto?».

E poi c'è il secondo fatto, ed è di pochi giorni fa. Il Governo ha confermato chi guiderà la Strategia nazionale per l'intelligenza artificiale del nostro Paese fino al 2028: è il professor Gianluigi Greco, rettore dell'Università della Calabria. Un calabrese nato a Cosenza, che si è laureato qui, ha fatto il dottorato qui, ed è diventato docente qui, senza mai dover partire. Coordina un comitato di tredici esperti che dovrà dire al Governo come l'Italia userà l'intelligenza artificiale nella sanità, nella scuola, nelle imprese, nella pubblica amministrazione. Fermiamoci su questo. La bussola dell'Italia per la tecnologia che deciderà il nostro futuro è in mano a un uomo dell'Università della Calabria. Non a Milano. Non a Boston. Qui.

Quello stupore di prima è il sintomo della malattia: per settant'anni il talento ha avuto una sola direzione, dal Sud verso il Nord e verso l'estero. Greco e quel professore di Oxford sono la freccia che torna indietro, anzi che parte da qui. Ed è successo perché qui, per mezzo secolo, qualcuno aveva seminato un'eccellenza. Perché lo sviluppo non si annuncia con un taglio del nastro. Si semina. E il raccolto, quando arriva, cambia la storia.

E c'è una terza storia, che amo più di tutte. C'è uno scienziato di origini reggine, oggi tra i massimi esperti di longevità al mondo, che insegna a Los Angeles: Valter Longo. La sua famiglia viene da Molochio, un paesino dell'Aspromonte finito due volte sul National Geographic per la quantità di centenari. E in venticinque anni di ricerca ha preso la tavola povera della sua infanzia — legumi, verdure, cereali, poco pesce — e l'ha trasformata in scienza. Proprio qui, a Varapodio, nel reggino, conduce uno dei più grandi studi clinici al mondo sulla dieta della longevità: è partito da quasi duecento persone e punta ad arrivare a cinquecento, per pubblicare risultati che il mondo intero leggerà. Le sue parole sono il riassunto di tutto il mio discorso: applicare alla nutrizione antica gli studi moderni.

E badate quanto è attuale. A marzo di quest'anno, durante la settimana degli Oscar, al TCL Chinese Theatre di Hollywood, è andato in scena un documentario sulla sua ricerca, narrato dal premio Oscar Edward Norton: un viaggio che parte dalla California, passa per le Ande, e arriva qui, nel Sud Italia, in Calabria, a cercare i segreti della vita lunga. E sentite questa, che mi tocca personalmente: il prossimo 26 settembre Valter Longo verrà a parlare di tutto questo a un convegno internazionale, e lo farà a Maierato, qui in provincia di Vibo. Maierato, il paese dei miei nonni. Capite cosa significa? Il sapere che i nostri vecchi custodivano sulle loro tavole, qui, torna come scienza d'avanguardia, raccontata da Hollywood e studiata nei laboratori, proprio qui dov'era nato.

Pensateci. La saggezza dei nostri nonni — cosa mangiare, come, quando — non era folklore: era un sapere di secoli. E noi, in pochi decenni, l'abbiamo buttato via per omologarci, fino al punto che oggi i nostri bambini sono tra i più in sovrappeso d'Europa. Longo ha dovuto riscoprire con la scienza ciò che mia nonna sapeva senza un laboratorio. Questo è, alla lettera, il consumo veloce della storia. E l'intelligenza artificiale può accelerare quell'amnesia, oppure custodire quel sapere, trasformarlo in dato, regalarlo a chi una nonna così non l'ha avuta. La longevità non si inventa: si ricorda. L'IA non sostituisce la tavola della nonna — la può rendere trasmissibile al mondo. È potente quanto la storia che le diamo da custodire: può divorare la nostra memoria in un istante, oppure aiutarci a tramandarla. E la Calabria è il laboratorio dove questa scelta si vede a occhio nudo.

E i mestieri nuovi che questa rivoluzione crea, quasi nessuno ha bisogno di nascere a Milano: viaggiano su un cavo di fibra. Si possono fare da Pizzo, da Serra San Bruno, servendo clienti a Bruxelles e a Boston. Per la prima volta in due secoli, i mestieri del futuro non chiedono di emigrare. Chiedono di essere preparati.

Ma attenzione, perché qui c'è un «se» grande come una casa, ed è il punto più concreto e più scomodo di tutto il mio discorso. L'intelligenza artificiale potrebbe davvero ripopolare le nostre aree interne: si parla di nomadi digitali, di professionisti che potrebbero scegliere di vivere e lavorare in un borgo del Vibonese invece che in una metropoli. Ma per portarli qui non bastano il mare e il sole. Servono le infrastrutture. Serve la fibra ottica, servono le linee ad alta velocità. E oggi, lungo la nostra costa, in molte località turistiche la fibra non arriva; nelle aree di montagna non arriva. Senza connessione non si portano qui gli ingegneri di frontiera, non si fanno «svernare» in Calabria — come diciamo noi — questi nuovi lavoratori del digitale. Le infrastrutture digitali, per le aree interne, non sono un lusso: sono la precondizione di tutto il resto.

E qui mi collego ai temi che molti amministratori hanno sollevato proprio in questi giorni: la desertificazione dei nostri territori, lo spopolamento, e la necessità ormai indifferibile della fusione e dell'unione dei Comuni per dare servizi efficienti a comunità sempre più piccole. Sono temi delicati e veri, per la nostra provincia. E io voglio dirvi che l'intelligenza artificiale, se la si governa con la testa, può essere parte della risposta: può portare valore e sviluppo ai territori, può rendere sostenibili servizi che oggi non lo sono, può dare ai piccoli Comuni strumenti che prima erano solo delle grandi città. Ma solo a una condizione: che prima si mettano le infrastrutture, e che a deciderne l'uso sia una comunità, non il caso.

Memoria, non amnesia

Valter Longo, e la longevità che si ricorda

E c'è un terzo calabrese che voglio portarvi, perché è la prova vivente di tutto il mio discorso. Si chiama Valter Longo, ed è uno degli scienziati della longevità più importanti al mondo: dirige l'Istituto di Longevità della University of Southern California, a Los Angeles. Ma le sue radici sono a Molochio, un paese di duemila anime in provincia di Reggio Calabria, finito due volte sul National Geographic per il numero straordinario di centenari. Da bambino, Longo vedeva sulla tavola di casa legumi, verdure, poco pesce, quasi niente carne. Per lui era semplicemente il cibo dei poveri. Trent'anni dopo, ha capito che quella tavola era una delle formule di vita lunga più potenti mai studiate dalla scienza.

E qui sta il punto che parla esattamente al nostro tema. Longo ha dovuto riscoprire con la scienza ciò che i suoi nonni sapevano e facevano senza saperlo. Un sapere accumulato in secoli, sedimentato lentamente, generazione dopo generazione. E che noi, in pochi decenni, abbiamo buttato via per omologarci a una dieta globale, industriale, uguale dappertutto. Il risultato? Oggi la Calabria, la terra dei centenari, ha tra i più alti tassi di sovrappeso e obesità infantile d'Italia e d'Europa, e un'aspettativa di vita scesa sotto la media nazionale. La terra che custodiva il segreto della vita lunga si sta ammalando, perché ha dimenticato sé stessa. Questo è il consumo veloce della storia, fatto carne.

E allora ecco perché questa storia è una parabola sull'intelligenza artificiale. Perché l'IA può fare due cose opposte. Può accelerare l'amnesia: tutto subito, contenuti usa-e-getta, nessuna sedimentazione, e così divora in un istante la memoria di un popolo. Oppure può essere strumento di memoria: è esattamente ciò che fa Longo oggi, qui da noi. Nei borghi dell'Aspromonte, tra Varapodio, Molochio e Oppido Mamertina, sta conducendo il primo grande studio clinico randomizzato sulla dieta della longevità, con l'obiettivo di arrivare a cinquecento persone, in collaborazione con la University of Southern California, l'Università della Calabria e l'Università di Palermo. Sta prendendo il sapere tacito di mia nonna, e di tutte le nonne di questa terra, e lo sta trasformando in dato: misurabile, dimostrabile, trasmissibile a chi quella nonna non l'ha avuta. L'IA non sostituisce la tavola della nonna. La rende analizzabile e scalabile.

Vi lascio una formula sola, da portare a casa: la longevità non si inventa, si ricorda. E lo stesso vale per il futuro di questa terra. L'intelligenza artificiale è potente quanto la storia che le diamo da custodire: può digerire la nostra memoria in un istante, oppure aiutarci a tramandarla. La Calabria è il laboratorio dove questa scelta si vede a occhio nudo. E, lasciatemelo dire con commozione: il prossimo settembre Longo verrà a parlare di tutto questo a Maierato. Il paese dei miei nonni contadini. Il cerchio, capite, si chiude da solo.

La materia

La nuvola non esiste

L'IA ci sembra immateriale, e invece è la cosa più materiale che ci sia: miniere, cavi sottomarini, acqua, energia. I metalli senza cui non si fa un chip — litio, cobalto, terre rare — sono raffinati per quasi nove decimi dalla Cina, che ha già cominciato a usarli come arma. Ma qui l'Italia ha una carta: il riciclo. La «miniera urbana» è la più europea che esista.

E poi l'energia, dove si nasconde l'occasione del Mezzogiorno. I centri di calcolo cercano tre cose: energia, spazio, cavi. Milano è satura — due terzi della potenza nazionale, e una legge che frena i nuovi insediamenti. La Puglia ha lanciato la sua «valle dei dati». E lungo le coste del Sud approdano i grandi cavi del Mediterraneo. Il Sud ha il sole, il vento, lo spazio. Per la prima volta in due secoli sta dalla parte giusta della mappa. Manca solo una candidatura politica.

E badate che i data center non sono solo le grandi cattedrali dei colossi americani. Sono anche, sempre più, lo strumento di sviluppo delle nostre aziende. Quando un'impresa installa sul proprio territorio la potenza di calcolo per addestrare i propri modelli di intelligenza artificiale, quei modelli diventano lavoratori instancabili: svolgono in un istante un'infinità di attività, potenziano la produzione, accelerano i processi. È la stessa logica che porterà l'intelligenza artificiale dentro la robotica: macchine addestrate a svolgere funzioni un tempo soltanto umane, dalla fabbrica alla logistica. La domanda, di nuovo, è chi possiede quella potenza e a vantaggio di chi viene messa: se di poche piattaforme lontane, o anche delle nostre imprese, qui, sul nostro territorio.

Dove cambia la vita

Sanità, scuola, amministrazione

Sanità. I sistemi che leggono lastre e vetrini raggiungono il miglior specialista, senza stancarsi. AlphaFold ha previsto la forma di 200 milioni di proteine — Nobel per la chimica 2024. E la telemedicina porta il consulto nei borghi senza specialisti: per le aree interne non è sanità di serie B, è l'unica strada perché resti una sanità.

Scuola. Ogni studente ha in tasca una macchina che fa i compiti: vietare è la linea Maginot, si aggira in trenta secondi. La scuola deve tornare a insegnare ciò che la macchina non sa: a pensare, a discutere, a giudicare. E il tutor personale per ogni bambino, da sempre lusso per ricchi, diventa lo strumento di uguaglianza più potente da quando esiste la scuola pubblica.

Pubblica amministrazione. Può restituire tempo: al cittadino anziano, all'impresa che aspetta mesi, ai piccoli comuni che perdono i fondi europei. Ma anche fare il massimo danno: in Olanda un sistema antifrode accusò ingiustamente decine di migliaia di famiglie, e fece cadere il governo. La lezione: l'automazione amplifica chi la governa. La decisione finale su una persona deve restare sempre umana.

È lo stesso monito che è arrivato, in questi mesi, dalla voce più alta e più inattesa. Papa Leone XIV ha usato parole nette: dobbiamo «disarmare l'intelligenza artificiale». E attenzione a non fraintenderle: disarmarla non vuol dire rinunciare all'innovazione. Vuol dire impedire che domini l'essere umano, che insegua soltanto la logica del profitto. Lo dice il Papa, lo dicono gli scienziati, e ve lo dice oggi un imprenditore che queste macchine le costruisce ogni giorno: la tecnologia o resta uno strumento nelle mani dell'uomo, o diventa un padrone. E noi, qui, scegliamo che resti uno strumento.

Democrazia

La menzogna a costo zero

L'intelligenza artificiale ha azzerato il costo di produrre la menzogna credibile: video falsi indistinguibili dal vero, voci clonate, eserciti di profili finti. E il pericolo più profondo non è che la gente creda al falso. È peggio: che smetta di credere a tutto, anche al vero, perché ormai potrebbe essere tutto finto.

Quando non si distingue più il vero dal falso, non muore solo l'informazione: muore la possibilità del giudizio, che è il cuore della democrazia. La risposta è una catena: marchiare i contenuti creati dalle macchine, sostenere il giornalismo serio come un'infrastruttura, e soprattutto educare i cittadini, fin da bambini, a riconoscere la manipolazione. Le elezioni del futuro si difendono adesso: nelle scuole, prima che nei tribunali.

Wall Street

Il campione che se ne va, e la bolla

E volete la prova, italiana e clamorosa, di quanto sia devastante l'impatto di queste tecnologie sulla ricchezza? Pensate al Gruppo Ferrero, l'impero della Nutella, per generazioni la famiglia più ricca d'Italia: ci sono voluti decenni, anzi un secolo, di lavoro per costruirlo. Ebbene, da qualche mese non è più in testa alla classifica. Il primo posto è di un torinese, Giancarlo Devasini, ex chirurgo plastico, oggi a capo di Tether, una società che emette una moneta digitale legata al dollaro: secondo Forbes vale oggi intorno agli 89 miliardi di dollari, quasi il doppio dei circa 49 di Giovanni Ferrero. Capite la misura? Un uomo, partendo quasi dal nulla e in pochissimi anni, ha superato con la finanza digitale e le criptovalute un impero costruito in un secolo di lavoro. Questo per dirvi quanto è dirompente la velocità con cui le nuove tecnologie ridistribuiscono la ricchezza nel mondo. E quando una ricchezza così enorme si concentra in così poche mani e così in fretta, la domanda di prima — a chi appartengono i frutti? — diventa la più urgente di tutte.

Un'azienda italiana, Bending Spoons — quella che fece Immuni — ha comprato la storica America Online e ha chiesto di quotarsi a New York per circa venti miliardi di dollari. Non a Milano. Non a Francoforte. Perché solo lì c'è la profondità di mercato. Non tradisce l'Europa: è l'Europa che non ha costruito la casa per trattenerla.

E c'è una bolla? I fatti preoccupano: i quattro giganti investono 725 miliardi di dollari nel 2026 (+77%), assorbendo il 94% dei flussi di cassa, mentre i ricavi diretti dell'IA sono il 4% di quanto si spende. Ma a differenza del 2000 fanno profitti veri. La mia conclusione: la bolla finanziaria e la rivoluzione vera coesistono quasi sempre. Le bolle passano. Le ferrovie restano. L'unico scenario perdente per l'Europa è pagare la bolla senza ereditare le ferrovie.

E badate che la corsa è feroce anche fra i giganti stessi. Pensate a OpenAI, l'azienda di ChatGPT, quella che credevamo intoccabile. Proprio in questi giorni i suoi conti sono usciti allo scoperto, ed è apparso il lato nascosto del miracolo: nel solo 2025 ha bruciato una cifra record, oltre venti miliardi di dollari di perdite. E la sua corona sta scivolando: la sua quota nel mercato delle imprese, che nel 2023 era circa la metà di tutto, oggi è crollata intorno a un quarto, mentre i concorrenti la incalzano. La regina del settore perde terreno mentre perde miliardi. Questo è il punto che voglio consegnarvi: in questo mondo nuovo nessuna posizione è garantita, nemmeno quella di chi sembra avere vinto. Le rendite di posizione non esistono. Esiste solo chi continua a correre. E un continente che si ferma a guardare, perde, sempre.

Il lavoro

I mestieri che muoiono, quelli che nascono

L'IA cambierà profondamente il lavoro. Il Forum economico mondiale stima al 2030 circa 170 milioni di posti creati e 92 distrutti nel mondo; il Fondo Monetario stima che toccherà quasi il 60% dei lavori nelle economie avanzate. E c'è una novità: per la prima volta l'automazione non comincia dal braccio, ma dalla mente. Colpisce i mestieri dello studio; l'idraulico e l'infermiera, per ora, restano.

In Italia il mercato vale 1,8 miliardi di euro (+50% in un anno), gli annunci con competenze IA sono cresciuti del 93%, ma il 71% delle grandi imprese ha avviato progetti IA contro l'8% delle piccole — e il nostro tessuto è fatto per il 95% di piccole imprese. È l'Italia a due velocità: qui la politica fa la differenza.

Che lavoro faranno i bambini di oggi? Il valore starà in ciò che le macchine non avranno mai: il giudizio, la cura, la creatività. E quasi nessuno di questi mestieri ha bisogno di nascere a Milano.

La sfida demografica

A chi appartengono i frutti delle macchine

C'è una ragione, per noi, che rende tutto questo una necessità di sopravvivenza: la demografia. Nel 2024 in Italia sono nati meno di 370.000 bambini, il minimo da quando esiste lo Stato. Questa provincia lo sa meglio di chiunque: interi paesi dove i giovani sono partiti, e sono rimasti i vecchi. Sempre meno persone che lavorano dovranno sostenere sempre più persone da curare. Per noi, queste macchine in gran parte non rubano il lavoro che c'è: faranno il lavoro che non trova più nessuno.

Ma si apre la più grande domanda di giustizia del nostro tempo. Se la ricchezza si sposta dal lavoro delle persone alle macchine, le risorse per pensioni, sanità e scuola si prosciugano proprio mentre i bisogni esplodono. La vera domanda del secolo non sarà «le macchine ci ruberanno il lavoro?». Sarà: a chi appartengono i frutti delle macchine? È la domanda più antica della giustizia sociale, posta dalla tecnologia più nuova del mondo.

Idee per governare

Due secoli e mezzo di pensiero

L'IA non è una politica di settore: è una questione di potere. E le questioni di potere si governano con le idee. Smith (1776) promise che l'interesse di ciascuno avrebbe prodotto la ricchezza di tutti; mantenne la promessa nella produzione, ma il conto sociale fu il lavoro dei bambini. Marx mostrò che il mercato è anche potere. Polanyi (1944) spiegò il «doppio movimento»: il mercato si espande, la società si difende — e quella difesa può essere democratica o, mostruosamente, fascista.

Dalle macerie del 1945 nacque il compromesso socialdemocratico: il capitalismo non abolito, ma civilizzato. Poi il «turbocapitalismo» (Luttwak, 1998) lo ruppe: ricchezza e insicurezza di massa, pochi vincitori e perdenti diffusi. E oggi Acemoglu, Nobel 2024, demolisce ogni fatalismo: non esiste nessuna legge per cui il progresso migliori la vita di tutti. La tecnologia ha sempre una direzione, e quella direzione la decidono i rapporti di forza, non la scienza.

La scelta

Chi scrive le regole

Norberto Bobbio ridusse la differenza eterna tra destra e sinistra a una cosa sola: l'atteggiamento davanti alla diseguaglianza. La destra la considera naturale. La sinistra la considera storia. E ciò che è storia, si può cambiare. L'IA è il più potente generatore di diseguaglianza — o di uguaglianza — mai costruito. Quale delle due, lo decide chi scrive le regole.

Cinque idee per civilizzare la macchina nuova: predistribuzione (decidere chi possiede, a monte; i dati come bene comune); lo Stato che orienta, che crea i mercati invece di limitarsi a ripararne i guasti; un welfare del cambiamento, col diritto a riapprendere per tutta la vita; i contropoteri (antitrust, fisco, sindacato per chi lavora sotto un algoritmo); e la scala, perché la sovranità va costruita alla scala a cui il capitale già gioca: quella continentale.

Chiusura

Essere contadini in un'epoca di algoritmi

Ho aperto con il tempo. Con mio nonno contadino, per cui una stagione era una stagione. E con un uomo, a Chicago, che ha costruito un luogo per dire alla sua gente: ciò che possiamo essere. Una sola lezione li unisce: il futuro non è un posto dove si arriva. È una cosa che si costruisce. E si costruisce con la pazienza della semina, dentro un'epoca che pretende tutto subito.

Questo è, oggi, il mestiere della politica. Essere contadini, in un'epoca di algoritmi. Il mercato pensa al trimestre. La macchina pensa al millisecondo. E qualcuno deve pensare alla generazione — seminare oggi le scuole, le regole, le competenze che daranno frutto tra vent'anni.

Io non sono un uomo di partito. Sono un imprenditore, figlio di contadini, che in una vita sola ha attraversato il tempo lento della terra e il tempo veloce delle macchine. Le macchine sono diventate bravissime a darci le risposte. Ma le domande — quale società vogliamo, cosa è giusto, chi non lasciamo indietro — quelle restano nostre. La storia corre, e non chiedetele di rallentare: non l'ha mai fatto, per nessuno. Chiedete a voi stessi, piuttosto, di esserci. Preparati. Uniti. Europei. Quando passa.

E ricordate, quando vi diranno che ormai decidono le macchine, che l'intelligenza destinata a cambiare il mondo non è quella artificiale. È quella collettiva. Perché nessuno, in questa terra meno che mai, deve restare solo.

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