Oro verde del Mediterraneo. Il libro del prof. Cinquegrana che mi ha riportato tra gli ulivi di Montesanto — e dentro la scienza della longevità
Un contadino, in un'epoca di algoritmi. Riflessione a margine di un caffè, di un dono inatteso, e di una terra sacra — la mia — che credevo di conoscere e che invece non smette di rivelarsi.
Ci sono libri che si leggono, e libri che ti riconsegnano un pezzo di te.
Questa mattina ho preso un caffè con il prof. Giuseppe Cinquegrana — amico, paesano, e uomo che stimo profondamente per il rigore dei suoi studi e delle sue ricerche. Mi ha omaggiato del suo ultimo lavoro: Oro verde del Mediterraneo. Storia, scienza, tradizioni dell'olio d'oliva (Libritalia Edizioni, 2026). L'ho aperto pensando di sfogliare un bel volume sull'olio calabrese. L'ho chiuso con il cuore altrove: tra gli ulivi secolari di Montesanto, il luogo sacro dove sono nato e cresciuto, a scoprire che quel paesaggio che davo per scontato custodiva un tesoro che non sapevo di possedere.
Voglio raccontarlo fino in fondo, senza fretta — perché questo libro parla esattamente la lingua che da anni provo a parlare io: quella di chi tiene insieme la memoria contadina e la frontiera della scienza, la pazienza della semina e la velocità dell'innovazione. E perché parla della mia terra con un amore e una competenza che meritano di essere raccontati all'altezza di ciò che sono.
Un contadino, in un'epoca di algoritmi
Chi mi segue conosce la mia bussola. Vengo da una terra di contadini, dove si imparava ad aspettare il tempo del raccolto, e oggi progetto sistemi di intelligenza artificiale. Il mio mestiere, in fondo, è tenere insieme questi due mondi: dare un'anima alla tecnologia che corre, senza rinnegare la lentezza sapiente da cui vengo.
Ecco perché il lavoro del prof. Cinquegrana mi ha toccato così a fondo. Perché fa, sul terreno della cultura e della scienza dell'olio, esattamente ciò che io provo a fare ogni giorno sul terreno dell'impresa: prende la sapienza antica — quella dei nostri nonni piegati sulla terra, delle donne che cantavano durante la brucatura, dei trappeti scavati nella pietra lungo le fiumare — e la porta a dialogare con i laboratori di ricerca molecolare più avanzati del pianeta. Senza tradire nessuno dei due. È il ribaltamento di prospettiva a cui tengo di più: il Sud non come periferia da assistere, ma come laboratorio da attivare. E questo volume ne è la prova stampata, rilegata, illustrata. Non un'operazione nostalgica sul "mondo che fu", ma la dimostrazione che la tradizione mediterranea aveva ragione — e che la biologia molecolare, oggi, non fa che confermarlo con il suo linguaggio.
Montesanto, il mio luogo sacro
Devo partire da qui, perché è da qui che vengo.
Montesanto di Maierato non è un puntino su una carta. È il luogo dove ho imparato a guardare il mondo. È l'antico sito abbarbicato sulla terra dell'Angitola, tra i ruderi del convento dei Carmelitani e il bosco del Fallà, dove ancora oggi affiorano tra gli arbusti le macine dismesse di frantoi che raccontano secoli di lavoro umano. È un paesaggio di tronchi millenari dalla chioma argentata, di silenzi che sanno di terra bagnata e di olive appena franto, di una luce che al tramonto fa d'oro ogni cosa. Chi ci è nato lo porta dentro come una filigrana: puoi andare ovunque nel mondo — e io ci sono andato — ma quella terra resta la matrice segreta di ogni tua decisione.
Per anni ho creduto di conoscerlo, questo posto. Poi ho aperto il libro del prof. Cinquegrana e ho capito che lo abitavo senza vederlo davvero. Perché tra gli ulivi di Montesanto sopravvive qualcosa di raro e prezioso, che merita di essere gridato al mondo — e a cui dedicherò più avanti l'attenzione che merita. Per ora basti dire che il mio luogo sacro non è soltanto la culla di una biografia personale: è un frammento vivente della più antica storia del Mediterraneo. E vederlo restituito con questa cura, in un volume di questo livello, è stata un'emozione che poche pagine mi hanno dato.
Un'opera d'arte, prima ancora che un saggio
Va detto subito, perché conta: questo è un libro bello. Bello da tenere in mano, bello da guardare, bello da attraversare. La cura editoriale — il progetto è di Simona Toma per Libritalia — trasforma la lettura in un'esperienza sensoriale. Le fotografie dei trappeti abbandonati, delle macine inghiottite dal bosco, delle raccoglitrici piegate sulla terra, dell'olio quasi trasparente della Leucolea, dialogano con un testo che alterna il rigore del saggio scientifico alla dolcezza del racconto orale.
C'è un nuovo stile di scrittura, in queste pagine: colto e popolare insieme, capace di citare Platone e nello stesso paragrafo un proverbio calabrese come pani e ogghiu fazzu chi vogghiu — pane e olio, faccio ciò che voglio. È la forma che rispetta il lettore, e per chi come me lavora ogni giorno sull'architettura dei documenti e sull'esperienza di chi legge, non è un dettaglio: è la firma di un pensiero maturo.
Il prof. Cinquegrana, del resto, non è nuovo a queste imprese. Saggista, giornalista, docente di Lingua e Letteratura Inglese, autore di oltre cento pubblicazioni di interesse storico e antropologico, Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica dal 2017, ha dedicato la vita a scavare nella memoria della nostra terra: dai segni templari nella Calabria medievale, agli studi su Montesanto e Maierato, fino all'Oro rosso di Calabria — il peperoncino — e ora a questo Oro verde. Ha un metodo tutto suo: parte dall'archivio, ma non ci si ferma; scende nei frantoi, ascolta i vecchi, raccoglie i proverbi e i riti, e poi risale fino ai laboratori di frontiera. È ricerca che cammina con i piedi nella terra e la testa nel futuro.
Un coro di voci internazionali — e un ponte con il convegno di Maierato
La forza di Oro verde sta anche nella squadra che il prof. Cinquegrana ha saputo radunare. Questo non è il lavoro di un singolo: è un'orchestra, promossa dalla Pro Loco di Monterosso Calabro nell'ambito dei Cenacoli Monterossini.
C'è Domenico Praticò, calabrese, professore ordinario alla Temple University di Philadelphia, direttore fondatore del Centro di Ricerca e Studi sull'Alzheimer, oltre 330 pubblicazioni scientifiche, Commendatore della Repubblica. C'è Antonio Leonardo Montuoro, presidente dell'Accademia Internazionale della Dieta Mediterranea di Riferimento di Nicotera. C'è il cardiologo Soccorso Capomolla, direttore di polo riabilitativo e delegato regionale ANMCO, sulla prevenzione cardiovascolare. C'è il ricercatore in scienze farmaceutiche e agronomo Thomas Vetrano, corrispondente dell'Accademia Nazionale dell'Olivo e dell'Olio, sul germoplasma calabrese. E persino uno sguardo dall'Argentina, con Pascual Potenza dell'Università di Buenos Aires.
Qui devo fermarmi su una coincidenza che coincidenza non è. Chi segue il mio sito sa che il 26 settembre 2026 il Popilia Country Resort di Maierato — a pochi chilometri da dove sono nato — ospiterà un convegno scientifico internazionale promosso da Filitalia International su alimentazione mediterranea e longevità, con protezione cardiovascolare e oncologica al centro. Ebbene: il prof. Praticò e il prof. Montuoro sono protagonisti sia di quel convegno sia di questo libro. Il che dice una cosa precisa: il volume del prof. Cinquegrana non è un episodio isolato. È il compendio, la radice culturale, di un intero movimento scientifico che sta scegliendo la nostra terra come proprio laboratorio. Il libro mi è arrivato tra le mani come un preludio perfetto a quell'appuntamento. La stessa terra, gli stessi ricercatori, lo stesso filo — che si chiama prevenzione.
Adele Cinquegrana: la scienza che verrà
Lasciatemi spendere qualche riga in più su una firma di questo volume, perché sono convinto che nei prossimi anni sentiremo parlare a lungo di questa giovane ricercatrice. Adele Cinquegrana è biologa nutrizionista, specialista e ambasciatrice della dieta mediterranea di riferimento di Nicotera, insignita del Premio Internazionale Francavilla Angitola "Città del Drago" per i suoi studi sull'alimentazione oncologica. Nel libro firma due contributi che, da soli, valgono il prezzo del volume: uno sull'olio come "universale" e catalizzatore di salute, e uno di autentica fitochimica e farmacodinamica molecolare.
È qui che il libro fa un salto di categoria. Adele non si limita a dirci che l'olio "fa bene": ci spiega perché, molecola per molecola, con una precisione che raramente si trova in un'opera divulgativa. Apre il suo saggio con una frase di Rita Levi-Montalcini che dovrebbe diventare il manifesto di chiunque si occupi di longevità: «Longevity is adding life to years, not years to life» — allungare la vita agli anni, non gli anni alla vita.
C'è una nuova generazione di scienziati calabresi che non chiede il permesso a nessuno, e che porta la Calabria nel mondo restando profondamente calabrese. Adele è una di questi. È la "freccia che torna": il talento che, invece di partire e basta, trova ragioni per fecondare la terra da cui è nato. Non potrei essere più d'accordo con la scelta del prof. Cinquegrana di darle spazio.
La biochimica dell'eccellenza: quando l'olio diventa un farmaco alimentare
Da anni seguo, nella mia vita quotidiana, un protocollo strutturato di alimentazione, movimento e gestione dello stress — ispirato anche al lavoro di Valter Longo sulla longevità sana. Non lo racconto per esibire uno stile di vita, ma perché ho imparato sul campo una verità semplice: l'energia con cui si costruisce un'impresa nasce dallo stesso luogo da cui nasce la salute. La lucidità delle decisioni, la resistenza alla fatica, la capacità di pensare a lungo termine hanno radici biologiche. Ecco perché le pagine di Adele mi hanno emozionato come poche altre. Provo a sintetizzarle, perché ogni appassionato di longevity e di biohacking dovrebbe conoscerle.
L'extravergine non è "solo grasso". È un alimento funzionale che racchiude, nella sua frazione insaponificabile — appena l'1-2% del totale — oltre 230 composti biologicamente attivi. Adele li smonta e li rimonta davanti ai nostri occhi.
L'acido oleico — il monoinsaturo Omega-9 che costituisce il 70-80% degli acidi grassi dell'EVO — non fornisce solo energia: si incorpora nei fosfolipidi delle membrane cellulari, ne modula la fluidità, riorganizza i lipid rafts (le "zattere lipidiche" dove avviene la segnalazione cellulare) e, attraverso la via PI3K/Akt, favorisce la traslocazione del trasportatore GLUT4, migliorando la sensibilità all'insulina. In parole povere: lavora contro l'insulino-resistenza, il cuore metabolico di metà delle patologie dell'invecchiamento.
L'oleocantale — responsabile di quel pizzicore che sentiamo in gola con un buon olio nuovo — è un inibitore naturale delle cicloossigenasi COX-1 e COX-2: mima l'azione dell'ibuprofene, legandosi al sito attivo dell'enzima e impedendo la conversione dell'acido arachidonico in prostaglandine pro-infiammatorie. Un antinfiammatorio che ci mangiamo a tavola. E c'è di più: studi recenti indicano che altera la struttura degli oligomeri tossici derivati dall'amiloide-beta e favorisce la clearance della proteina tau — meccanismo cruciale nella prevenzione dell'Alzheimer.
L'idrossitirosolo è forse la molecola più affascinante di tutte. Non agisce solo come "spazzino" di radicali liberi: attraverso un lieve stress ossidativo controllato — l'ormesi — dissocia il fattore Nrf2 dalla sua proteina inibitrice Keap1, lo libera nel nucleo e accende le nostre difese antiossidanti endogene: superossido dismutasi, catalasi, glutatione perossidasi. E stimola la biogenesi mitocondriale attraverso il coattivatore PGC-1α, migliorando l'efficienza della catena di trasporto degli elettroni e riducendo la produzione endogena di specie reattive dell'ossigeno. Chi mastica di biohacking riconosce subito questi nomi: sono gli stessi pathway che cerchiamo di attivare con il digiuno, con l'esercizio, con l'esposizione controllata allo stress. L'olio extravergine fa parte, da sempre, di quella cassetta degli attrezzi. Solo che noi lo chiamavamo semplicemente condimento.
A tutto questo si aggiunge la funzione, spesso ignorata, di veicolo di biodisponibilità: molti composti bioattivi degli alimenti vegetali — carotenoidi, licopene, vitamine liposolubili A, D, E, K — sono liposolubili e senza un grasso di qualità non vengono assorbiti. L'olio non è solo un valore in sé: è ciò che permette a tutto il resto del piatto mediterraneo di funzionare. Un catalizzatore, appunto.
Questa è la parte che mi ha davvero commosso: capire che l'olio dei miei nonni, quello che a Montesanto si estraeva nel troppito tra la macina e il torchio, è oggi al centro della ricerca medica mondiale. La tradizione contadina aveva ragione. La scienza, con il suo linguaggio, non fa che darle finalmente la parola.
Il cervello: la lezione del prof. Praticò
Il contributo del prof. Praticò porta questo discorso sul terreno che più mi sta a cuore, quello della salute del cervello. Da oltre vent'anni la sua ricerca studia i meccanismi che mantengono in salute la mente e quelli che, al contrario, innescano le malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson. È stato tra i primi al mondo a dimostrare che le scelte dietetiche influenzano direttamente le funzioni mnemoniche ed esecutive del cervello.
Nel libro spiega come l'extravergine agisca sull'invecchiamento cerebrale e sul declino cognitivo con un'azione terapeutica sulla plasticità neuronale e sulla capacità delle cellule nervose di difendersi. Non è più il tempo di considerare l'olio un semplice condimento: è un modulatore biologico che dialoga con i processi profondi della neuroprotezione. In un'epoca in cui la demenza è la grande paura della longevità — a che serve vivere a lungo se si perde sé stessi? — questa è forse la pagina più importante del volume. E ha il sapore della speranza: la prevenzione comincia nel piatto, ogni giorno.
Il cuore: i numeri del dottor Capomolla
Se le pagine sul cervello sono la speranza, quelle del cardiologo Soccorso Capomolla sono la sveglia. Perché mettono i numeri là dove di solito mettiamo le buone intenzioni.
Le malattie del sistema circolatorio restano la prima causa di morte in Italia: secondo i dati ISTAT relativi al 2022, sono state responsabili di 222.717 decessi, circa il 31% della mortalità totale nazionale. E la Calabria, ci ricorda il libro con onestà, è tra le regioni più esposte: i dati PASSI 2023-2024 mostrano che quasi un terzo della popolazione adulta convive contemporaneamente con almeno tre fattori di rischio cardiovascolare maggiori.
Capomolla spiega poi, con rigore, la fisiopatologia: l'aterosclerosi come malattia infiammatoria cronica della parete arteriosa, la riduzione dell'ossido nitrico, la NO-sintetasi endoteliale, il perossinitrito che amplifica il danno. E qui il cerchio si chiude con la biochimica di Adele: l'olio d'oliva stimola proprio la produzione di ossido nitrico, la molecola chiave che mantiene elastici i vasi e regola la pressione. La stessa terra che ha uno dei carichi cardiovascolari più alti custodisce, nelle sue olive, uno dei più potenti alleati naturali contro quel carico. È un paradosso che grida una sola parola: conoscenza. La differenza tra subire un destino e cambiarlo, spesso, è sapere.
Il DNA dell'ulivo: il germoplasma e la "restanza"
Ma la sezione che, da uomo che lavora con i dati, mi ha fatto sobbalzare è quella del prof. Vetrano sul germoplasma olivicolo calabrese. Perché parla di biodiversità con lo stesso rispetto con cui io parlo di capitale strategico.
La Calabria custodisce un patrimonio genetico straordinario: circa trenta varietà coltivate, dalla carolea — "la regina della nostra terra" — all'ottobratica, dalla dolce di Rossano alla cassanese, fino a decine di varietà minori quasi dimenticate. Nell'ambito di progetti di ricerca avanzata come OMIBREED, afferente al CNR, sono stati analizzati 192 campioni di olivo con approcci genomici. Il risultato è di quelli che fanno la storia: 88 profili genetici sono risultati inediti rispetto al database mondiale di riferimento. Ottantotto identità genetiche che il mondo non conosceva ancora, custodite nelle nostre colline. A San Gregorio d'Ippona, tra l'altro, una pianta analizzata non appartiene ad alcuna cultivar conosciuta: un mistero botanico ancora aperto.
Capite la portata? Mentre inseguiamo l'innovazione altrove, abbiamo sotto i piedi un archivio vivente di biodiversità che è, allo stesso tempo, resilienza (la ricchezza genetica ci protegge da minacce come la Xylella che ha devastato la Puglia) e opportunità economica ancora largamente inesplorata.
E poi c'è la parola che mi ha folgorato. Vetrano parla della "restanza" dell'ulivo: l'ulivo, scrive, non ci ha mai abbandonato, non ha lasciato la sua terra per andare oltre. E si augura che questa restanza possa un giorno essere trasmessa a ciascun calabrese, che troppo spesso, per bisogno, lascia la Calabria.
Ho letto quella frase e ho pensato a tutto il mio lavoro. Alla "freccia che torna", al talento che rientra, al Sud che smette di essere terra di partenze. L'ulivo è il maestro silenzioso di cui abbiamo bisogno: radici profonde e sguardo lungo, capacità di resistere alla siccità e agli eventi estremi restando esattamente dove è nato, e proprio per questo diventando monumento, patriarca, punto di riferimento. Ottocento anni sotto lo stesso cielo. Se c'è una lezione imprenditoriale e civile in questo libro, è tutta qui: si può essere radicati e fecondi. Anzi, si è fecondi perché radicati.
Nicotera, Ancel Keys e la Calabria come laboratorio vivente di longevità
Il libro ricostruisce con cura una storia che ogni calabrese dovrebbe conoscere, e di cui pochi vanno fieri quanto meriterebbero. Nel 1957 il fisiologo americano Ancel Keys, insieme alla moglie Margaret, avviò proprio a Nicotera, in provincia di Vibo Valentia, il suo "Studio Pilota". Osservò popolazioni con una dieta povera di grassi animali e ricchissima di vegetali, cereali, legumi, pane e olio — e con un'incidenza sorprendentemente bassa di malattie cardiovascolari. Da quelle osservazioni nacque il celebre Seven Countries Study, e da lì il concetto stesso di Dieta Mediterranea, oggi patrimonio immateriale dell'umanità UNESCO.
Nicotera è a pochi chilometri da casa mia. Il modello alimentare più studiato e imitato del pianeta — quello che oggi ritroviamo, sotto altri nomi, nelle Blue Zones dove si concentrano i centenari — è stato codificato scientificamente qui, tra le nostre colline. Il prof. Cinquegrana ci ricorda che prima ancora, nel 1948, l'epidemiologo Leland Allbaugh aveva scoperto la stessa cosa a Creta, nel cosiddetto "Rapporto Rockefeller". Il filo è sempre lo stesso: pane, olio, verdura, misura. Semplicità efficace — un paradigma di sobrietà che, alla luce delle evidenze moderne, si conferma straordinariamente attuale, mentre il mondo insegue superfood esotici pagati a peso d'oro.
Esistono nel mondo poche aree dove la longevità è documentata, studiata, statisticamente reale. La Calabria è una di queste. E portare qui — nel libro come nel convegno di Maierato — cardiologi, oncologi, neurologi e nutrizionisti significa fare la cosa che troppo di rado accade: riconoscere al territorio il suo valore scientifico, invece di considerarlo destinatario passivo di buone pratiche decise altrove.
La Leucolea di Montesanto: dove il libro mi ha tolto il fiato
E ora torno a casa. Torno a Montesanto, e alla pagina che aspettavo senza saperlo.
C'è, in questo volume, un intero capitolo dedicato alla Leucolea, l'ulivo bianco coltivato a Montesanto di Maierato. Non lo sapevo. O meglio: ci ero cresciuto in mezzo senza sapere cosa avessi davanti.
La Leucolea è una delle varietà di olivo più antiche e rare del patrimonio agricolo calabrese, sopravvissuta in pochissimi territori — il Crotonese, il Reggino, e l'antico sito di Montesanto — custodita anche grazie a famiglie del posto come quella del signor Rocco Costa. Il nome viene dal greco leukós, bianco, ed elaia, olivo: significa letteralmente "olivo bianco". La denominazione nasce dalla sua peculiarità visiva: le foglie, di una tonalità insolitamente chiara e quasi argentata, riflettono la luce con un'intensità tale da distinguerla nettamente da ogni altra cultivar. Una luminosità naturale che nei secoli l'ha caricata di significati profondi, associandola alla purezza, alla luce, al sacro.
Non è un caso, spiega il prof. Cinquegrana, che la Leucolea venisse piantata nei pressi dei luoghi religiosi. Considerata un albero sacro, il suo olio — delicato, dorato, quasi trasparente — era impiegato nei riti di maggiore rilievo: l'unzione dei malati, la consacrazione di re, regine e prelati, i sacramenti dal Battesimo alla Cresima fino all'Unzione degli infermi. L'olivo "bianco", l'albero della luce, segno visibile di grazia e di presenza divina. Le sue olive, piccole e delicate, danno un olio dal profilo aromatico leggero ed elegante, con note di erba fresca e mandorla dolce, un amaro e un piccante appena percettibili: un olio poco aggressivo, da consumare fresco, perfetto sul pesce crudo, sulle verdure, sulle preparazioni in cui non si vuole coprire ma esaltare.
Io sono nato tra questi alberi. Ho corso e giocato tra quei tronchi millenari senza sapere che stavo camminando dentro una testimonianza vivente della biodiversità mediterranea, un patrimonio insieme botanico, storico e spirituale — un olio che ha unto i malati e consacrato i re, in un fazzoletto di terra che è il mio. Il prof. Cinquegrana me l'ha restituito. Ha fatto per il mio luogo sacro quello che un grande libro dovrebbe sempre fare: mi ha fatto vedere ciò che avevo sotto gli occhi da una vita, e mi ha insegnato ad esserne fiero fino in fondo.
Custodire la Leucolea significa preservare non solo una varietà botanica, ma un legame profondissimo tra terra e identità, tra tradizione agricola e patrimonio spirituale. È, in piccolo, tutto ciò in cui credo: che le radici non siano una zavorra da cui fuggire, ma una fonte di luce da tramandare.
La prevenzione come inclusione: perché questo libro parla anche del mio lavoro
C'è una dimensione, in tutto questo, che mi sta particolarmente a cuore, e che lega Oro verde al senso profondo di ciò che faccio ogni giorno.
La prevenzione è la forma più alta e più democratica di inclusione. Allo stesso modo in cui credo che il credito debba includere chi i numeri tradizionali lasciano fuori — un credito che non lascia indietro nessuno —, credo che la salute non debba essere un privilegio di censo. E un modello alimentare nato dalla cultura contadina del Mediterraneo — economico, accessibile, replicabile — è la dimostrazione più limpida che la scienza più avanzata e la saggezza più antica possono indicare la stessa direzione. Non serve essere ricchi per vivere bene e a lungo. Serve conoscere, custodire, trasmettere.
Ecco perché considero questo libro molto più di un saggio sull'olio. È un manifesto silenzioso di ciò in cui credo: che la tecnologia più avanzata e l'umanesimo più radicato non sono nemici, ma alleati; che un territorio può essere insieme memoria e frontiera; che il futuro, come il raccolto, non si pretende — si semina. La longevità, in fondo, non è che questo: una lunga, paziente coltivazione di sé, giorno dopo giorno, gesto dopo gesto, esattamente come si coltiva un uliveto destinato a fruttificare per i propri figli e i figli dei propri figli.
La pazienza della semina
Chiudendo Oro verde del Mediterraneo ho pensato che il prof. Cinquegrana riesce in qualcosa di raro: tenere insieme il passato e il futuro senza sacrificare nessuno dei due. Da un lato la memoria — i proverbi, i riti, il sapone di Marsiglia prodotto con il nostro olio, le giare di terracotta, il lavoro delle donne, lo Scoglio dell'Ulivo della Costa Viola. Dall'altro la scienza più avanzata — l'Nrf2, i mitocondri, la neuroprotezione, il DNA delle cultivar, gli 88 profili genetici che il mondo ancora non conosceva.
È esattamente il ponte di cui abbiamo bisogno. Viviamo un tempo che pretende tutto subito, in cui le rivoluzioni che prima duravano un secolo si consumano in una stagione, e in cui il rischio di smarrire le radici è concreto. In questa accelerazione, il prof. Cinquegrana ci ricorda con eleganza che la formula per vivere meglio ce l'abbiamo già in casa: è verde, si estrae dalle nostre olive, e ha nutrito civiltà per millenni. Non serve inventare nulla. Serve custodire, capire, trasmettere.
I grandi cambiamenti non nascono dai proclami, ma dalla pazienza della semina: una buona abitudine alla volta, una buona decisione alla volta, una generazione alla volta. La scienza della longevità ci dice che il futuro della salute si costruisce oggi, nei gesti quotidiani. La stessa legge, ne sono convinto, vale per le imprese, per i territori e per le persone. E vale per l'ulivo, che insegna la più difficile delle virtù: restare, e proprio restando dare frutto.
Come il prof. Cinquegrana definisce il protagonista del suo racconto — «oro verde del Mediterraneo» —, così io definisco il suo lavoro: un dono. All'amico che me l'ha regalato stamattina davanti a un caffè, e a una terra — la mia, quella di Montesanto — che ancora una volta ha avuto qualcuno capace di raccontarla all'altezza di ciò che è.
Grazie, professore. E grazie ad Adele, e a tutta la scienza che verrà. Questo libro non si legge: si custodisce. Come si custodisce un uliveto. Come si custodisce ciò che siamo.
Giuseppe Cinquegrana, «Oro verde del Mediterraneo. Storia, scienza, tradizioni dell'olio d'oliva», Libritalia Edizioni, 2026 — ISBN 978-88-5548-613-2. Con i contributi dei proff. Domenico Praticò (Temple University, Philadelphia), Antonio Leonardo Montuoro (Accademia della Dieta Mediterranea di Riferimento, Nicotera), Soccorso Capomolla, Thomas Vetrano e Adele Cinquegrana. Progetto editoriale di Simona Toma. Studio promosso dalla Pro Loco di Monterosso Calabro nell'ambito dei Cenacoli Monterossini.