Ho riletto i tre libri di Alec Ross e li ho portati nel presente: intelligenza artificiale, fiducia che diventa codice, merito, giovani e dieci impegni concreti per gli anni che arrivano.

Ci sono libri che si leggono e libri che ti leggono. Negli ultimi giorni ho riletto, uno dopo l'altro, i tre lavori di Alec Ross: Il nostro futuro, I furiosi anni Venti e The Italian Dream. Li avevo già incontrati in momenti diversi della mia vita. Messi in fila, nel 2026, mentre costruisco ogni giorno sistemi di intelligenza artificiale per le imprese e guido un'azienda che lavora sul credito, mi hanno restituito qualcosa di più di una serie di previsioni azzeccate. Mi hanno restituito una domanda: che cosa faccio io, adesso, con quello che so?

Questo non è un riassunto. È il mio taccuino di lavoro. Prendo le idee che più mi hanno colpito, le porto nel presente, le metto alla prova con quello che vedo nelle aziende, nelle banche, nelle famiglie e nei ragazzi che incontro, e provo a tradurle in impegni concreti per gli anni che arrivano. Ross lo cito poco, di proposito: le sue parole sono il punto di partenza, il resto è responsabilità mia.

Scogliera mediterranea all'alba con fili di luce dorata che salgono dal mare
Il futuro non si aspetta dalla riva: si guarda in faccia, all'alba, e poi si comincia a costruire.

Perché Alec Ross, perché adesso

Ross ha avuto un privilegio raro: ha visto il potere da vicino, ha girato il mondo per anni ascoltando governi, imprenditori, studenti e attivisti, e poi ha scelto di raccontare il futuro non da futurologo ma da persona che ha toccato con mano le leve che lo muovono. Nel primo libro descriveva le industrie che sarebbero arrivate: robotica, genomica, la codifica del denaro e della fiducia, i dati come materia prima, la sicurezza informatica come nuova frontiera dei conflitti. Nel secondo raccontava come quelle stesse forze stessero rompendo il patto tra cittadini, imprese e Stato. Nel terzo, il più personale, parla a noi italiani, e lo fa con un affetto severo che raramente sentiamo da chi ci osserva da fuori.

Rileggerli oggi ha un effetto strano. Molte cose che allora sembravano scenari sono diventate la mia agenda di lavoro. Gli agenti di intelligenza artificiale che lavorano in autonomia dentro le aziende, la moneta che diventa software, l'identità digitale, i dati che decidono chi ottiene un finanziamento e chi no. Non stiamo più discutendo se il futuro arriverà. Stiamo discutendo chi lo scriverà e con quali regole. Ed è esattamente qui che le sue idee diventano utili, perché non sono idee sulla tecnologia: sono idee sulle persone che la usano.

Sognare e fare non sono due mestieri diversi

C'è un'immagine che mi porto dietro da anni e che in The Italian Dream ho ritrovato con una nitidezza sorprendente: l'idea che non si debba scegliere tra il sognare e il fare. In Italia abbiamo spesso diviso il mondo in due categorie. Da una parte i visionari, considerati simpatici ma poco affidabili. Dall'altra i pragmatici, considerati seri ma incapaci di alzare lo sguardo. È una divisione che ci è costata carissima.

La mia esperienza dice il contrario. Ogni cosa che ho costruito e che ha funzionato è nata da un sogno troppo grande e si è salvata grazie a una disciplina quasi noiosa. Il sogno dà la direzione. La disciplina dà la strada. Quando costruisco un sistema di intelligenza artificiale per un'impresa, l'immagine finale è sempre ambiziosa: un'azienda in cui nessuna informazione si perde, in cui ogni cliente viene seguito come se fosse l'unico, in cui le persone fanno solo il lavoro che richiede davvero un essere umano. Ma la strada per arrivarci è fatta di migliaia di piccoli passi verificabili: un processo mappato, un dato pulito, un controllo in più, una prova che fallisce e viene corretta.

Tavolo da architetto con progetto di una città futura che prende forma in strutture dorate
Il sogno disegna la città. La disciplina posa le pietre, una alla volta.

Ross insiste su un punto che condivido fino in fondo: la tradizione non è il culto delle ceneri, è la custodia del fuoco. Noi italiani abbiamo un patrimonio straordinario di bellezza, mestiere, gusto e intelligenza pratica. Il rischio è trattarlo come un museo. L'opportunità è trattarlo come un motore. Un artigiano che usa l'intelligenza artificiale per raccontare, vendere e proteggere il proprio sapere non tradisce la tradizione: la porta nel secolo in cui vive.

C'è poi una distinzione che mi ha fatto riflettere a lungo, quella tra la mentalità giovane e la mentalità vecchia, che non dipende dall'età anagrafica. La mentalità giovane è aperta, si chiede cosa potrebbe andare bene. La mentalità vecchia è chiusa, si chiede cosa potrebbe andare storto. Conosco ventenni con la testa di un pensionato stanco e settantenni con la curiosità di uno studente. Nel 2026 questa differenza vale più di qualsiasi titolo di studio, perché il mondo cambia più in fretta di quanto qualunque curriculum possa aggiornarsi.

L'Italia deve smettere di fare l'arbitro

Una delle osservazioni più taglienti di Ross riguarda il ruolo che l'Europa, e l'Italia in particolare, si sono ritagliate nella partita tecnologica. Abbiamo scelto di fare gli arbitri: scriviamo regole, fischiamo falli, sanzioniamo. È un ruolo nobile e necessario, ma un arbitro non vince mai la partita. Il suo invito è smettere di interpretare soltanto quella parte e tornare a giocare.

Lo vedo ogni giorno. Le grandi piattaforme di intelligenza artificiale nascono altrove, e noi discutiamo per mesi di come limitarle. Le regole servono, e io stesso credo in un'intelligenza artificiale trasparente, sicura e rispettosa delle persone. Ma la regola senza il gioco produce solo dipendenza. Se non costruiamo, compreremo. E chi compra la tecnologia degli altri compra anche i valori, le priorità e i limiti degli altri.

Salone rinascimentale attraversato da reti neurali dorate
Il nostro vantaggio non è inseguire la Silicon Valley: è innestare l'intelligenza artificiale in ciò che sappiamo fare meglio di chiunque.

Qui sta, secondo me, la grande occasione italiana dei prossimi anni. Non dobbiamo vincere la gara dei modelli linguistici più grandi del mondo: quella partita richiede capitali che oggi non abbiamo. Dobbiamo vincere la gara dell'intelligenza artificiale applicata, quella degli agenti che lavorano dentro la manifattura, la moda, l'agroalimentare, il turismo, la finanza d'impresa, la sanità. Settori in cui abbiamo una conoscenza profonda, un capitale di relazioni e una qualità che nessun algoritmo generico può replicare senza di noi.

È la strada che ho scelto con HumanX: non un'intelligenza artificiale che sostituisce l'imprenditore, ma un ecosistema che amplifica quello che l'imprenditore sa già fare, gli restituisce tempo e gli toglie di dosso il lavoro che lo allontana dalle decisioni importanti. Credo che l'Italia possa diventare il laboratorio europeo dell'intelligenza artificiale al servizio delle piccole e medie imprese. Ma per farlo dobbiamo smettere di aspettare il permesso.

Gambe bioniche o sedia a rotelle

C'è un'immagine di Ross che uso spesso quando parlo con imprenditori preoccupati dall'automazione. Le tecnologie, dice, possono funzionare «come gambe bioniche o come sedia a rotelle». Possono potenziarci, farci correre più veloci di quanto potremmo mai fare da soli. Oppure possono sostituire il movimento, renderci passivi, atrofizzare le capacità che non usiamo più.

La differenza non sta nella tecnologia. Sta nel modo in cui la progettiamo e la adottiamo. Un sistema di intelligenza artificiale che prepara il lavoro e lascia all'essere umano la decisione è una gamba bionica. Uno che decide al posto nostro senza che nessuno sappia più perché, è una sedia a rotelle. E vale per le aziende come per le persone: se un professionista delega all'intelligenza artificiale anche il pensiero, tra tre anni non saprà più pensare.

Per questo, in ogni progetto che seguo, mi impongo tre regole semplici:

  • Ogni automazione deve restituire tempo a una persona, non togliere una persona dal processo senza un piano per lei. Il tempo liberato va reinvestito in relazione, formazione, qualità.
  • Ogni decisione importante deve restare spiegabile. Se non so dire perché il sistema ha suggerito una cosa, non la firmo.
  • Ogni strumento deve allenare chi lo usa. Un buon assistente ti rende più bravo, non più dipendente.

Ross ricorda anche un principio francese che trovo meraviglioso: savoir faire faire, saper far fare. Non basta saper fare. Nel mondo degli agenti intelligenti la competenza decisiva è saper orchestrare: dare istruzioni chiare, verificare il risultato, correggere, insegnare. È esattamente la competenza di un buon capo. Nei prossimi anni, ogni professionista diventerà in qualche misura il capo di una piccola squadra di intelligenze artificiali. Chi saprà guidarla moltiplicherà il proprio valore. Chi non saprà farlo si troverà a competere con lei.

Quando la fiducia diventa codice

Nel primo libro Ross dedicava pagine lucidissime alla «codificazione» del denaro, dei mercati e della fiducia. Allora sembrava un discorso sulle criptovalute. Oggi è un discorso su tutto. I pagamenti istantanei, l'euro digitale in discussione, l'identità digitale europea, la firma elettronica, i contratti che si eseguono da soli: la fiducia, che per secoli abbiamo affidato a notai, banche e strette di mano, si sta trasferendo dentro il software.

Mani di luce dorata che si stringono in una piazza italiana circondate da reticoli di codice
La stretta di mano non scompare: cambia materia. E chi la progetta ha una responsabilità enorme.

Lavorando ogni giorno sul credito alle imprese, vedo da vicino una verità che Ross aveva intuito: quello che per qualcuno è attrito, per qualcun altro è un affare. Ogni passaggio inutile, ogni documento richiesto tre volte, ogni attesa senza spiegazione è un costo per chi chiede e una rendita per chi intermedia. La tecnologia sta eliminando questi attriti a una velocità impressionante, e questo è un bene. Ma porta con sé una domanda: chi custodirà la fiducia quando gli intermediari tradizionali spariranno?

La mia risposta è che la fiducia non si automatizza: si progetta. Un buon sistema digitale deve essere costruito in modo che ogni passaggio sia tracciabile, ogni dato abbia un proprietario chiaro, ogni errore sia correggibile da un essere umano raggiungibile. Il futuro della finanza non è la scomparsa della relazione: è una relazione più veloce, più trasparente e, se lo vogliamo, più giusta.

Ross racconta un dettaglio che mi è rimasto impresso: le nuove forme di credito che guardano ai flussi di cassa reali di un piccolo commerciante, invece che alle sole garanzie, riescono a vedere il valore di chi le banche tradizionali non vedevano. È una lezione enorme per l'Italia, il Paese delle piccole imprese sane ma sottocapitalizzate. I dati, usati bene, possono allargare l'accesso al credito. Usati male, possono escludere ancora di più. Anche qui: gamba bionica o sedia a rotelle.

La burocrazia è il prezzo della sfiducia

Se dovessi scegliere una sola frase di Ross da appendere nell'ufficio di ogni amministratore pubblico, sceglierei questa: «La burocrazia cresce dove manca la fiducia».

È una diagnosi più profonda di quanto sembri. Siamo abituati a pensare alla burocrazia come a un'inefficienza, una zavorra da tagliare. In realtà è un sintomo. Ogni modulo in più, ogni autocertificazione, ogni controllo ridondante è il segno che qualcuno, da qualche parte, non si fida di qualcun altro. E siccome non si fida, aggiunge un passaggio. Moltiplicate questo meccanismo per decenni e ottenete un Paese in cui aprire un'attività, ottenere un permesso o chiudere una pratica richiede mesi.

Per questo non credo che la digitalizzazione, da sola, risolverà il problema. Se digitalizziamo la sfiducia otteniamo solo una sfiducia più veloce: lo stesso modulo inutile, ma in PDF. La vera riforma è ricostruire fiducia, e la tecnologia può aiutare solo se la usiamo per rendere verificabile ciò che oggi viene semplicemente sospettato. Un dato certificato una volta non deve essere chiesto dieci volte. Un'impresa che ha sempre pagato deve poterlo dimostrare con un clic. Un cittadino che ha già dato un'informazione allo Stato non deve ridarla.

Nelle mie aziende ho fatto una scelta che sembra banale ma non lo è: ogni volta che chiediamo un documento a un cliente, dobbiamo saper rispondere alla domanda «a cosa serve e chi lo leggerà». Se la risposta non c'è, il documento non si chiede. È un piccolo esercizio di fiducia, e ha un effetto enorme sulla qualità del rapporto.

Grandi dati, grandi errori, grandi responsabilità

Ross ricorda una verità che chi lavora con l'intelligenza artificiale dovrebbe ripetersi ogni mattina: i grandi dati possono commettere grandi errori. Un modello addestrato su informazioni distorte non è neutrale: amplifica le distorsioni con una sicurezza impressionante. E siccome parla con tono autorevole, tendiamo a credergli.

Nel 2026 questo rischio è diventato concreto. I modelli generativi scrivono, riassumono, valutano, suggeriscono. A volte inventano. Per questo nel mio lavoro ho adottato un principio che considero non negoziabile: i documenti ufficiali restano originali. L'intelligenza artificiale può leggere, organizzare, cercare, segnalare. Ma un contratto, un bilancio, un modulo firmato devono restare quello che sono, archiviati e verificabili. Nessun sistema deve mai inventarli o sostituirli con una propria versione, per quanto convincente.

Ross aggiungeva un'osservazione che all'epoca suonava quasi provocatoria: qualunque consiglio di amministrazione privo di un membro esperto di sicurezza informatica sarebbe stato inadeguato. Oggi lo direi in modo ancora più netto. La sicurezza dei dati e la governance dell'intelligenza artificiale non sono temi da delegare al reparto tecnico. Sono temi da consiglio di amministrazione, da strategia, da reputazione. Un'impresa che subisce un attacco informatico o che prende decisioni sbagliate per colpa di un algoritmo non controllato non perde solo soldi: perde la fiducia di cui parlavamo poco fa.

La leadership come staffetta

Una delle parti di The Italian Dream che più mi hanno fatto riflettere riguarda il merito e la classe dirigente. Ross usa un'immagine calcistica che ogni italiano capisce al volo: invece di schierare i migliori undici, troppo spesso schieriamo gli amici, i fedeli, quelli che non disturbano. E poi ci stupiamo dei risultati.

Accanto a questa, c'è un'altra frase che brucia: «In Italia è molto più comune invidiare che emulare». Fa male perché è vera. Quando qualcuno ha successo, la nostra prima reazione collettiva è spesso il sospetto, non la curiosità. Ci chiediamo chi lo abbia aiutato, non che cosa abbia fatto. Così perdiamo la lezione e ci teniamo il rancore.

Testimone dorato passato da una mano adulta a una mano giovane su una strada romana al tramonto
Un leader si misura da quanto bene passa il testimone, non da quanto a lungo lo tiene in mano.

Io credo che la leadership dei prossimi anni sarà sempre di più una staffetta. Nessuno corre la gara intera da solo. Il compito di chi guida è correre bene il proprio tratto e poi passare il testimone a qualcuno che corre più veloce. Significa formare persone migliori di noi, dare spazio ai giovani prima che se ne vadano, smettere di trattenere il potere come se fosse una proprietà privata.

Ross pone una domanda che dovremmo farci tutti: vieni incontro a questi giovani o li mandi via? Ogni anno migliaia di ragazzi italiani brillanti partono. Non perché non amino il loro Paese, ma perché il loro Paese non ha fatto loro spazio. Ogni imprenditore, ogni dirigente, ogni professionista può fare qualcosa, anche nel proprio piccolo: assumere un giovane e dargli responsabilità vere, fargli guidare un progetto, ascoltare le sue idee anche quando sono scomode.

E poi c'è il capitolo delle donne. Ross ricorda come il credito concesso alle imprenditrici, in molti Paesi, abbia prodotto risultati straordinari, perché quei capitali tendono a ricadere sulla famiglia, sulla comunità, sull'istruzione. In Italia abbiamo ancora un tasso di occupazione femminile lontano dalla media europea e un divario enorme nell'accesso al credito per le imprese guidate da donne. Non è solo una questione di equità. È un enorme spreco di talento che non possiamo più permetterci.

Riparare il contratto sociale

Nel libro sui «furiosi anni Venti» Ross parte da una constatazione dura: il nostro contratto sociale è guasto. Il patto implicito tra cittadini, imprese e istituzioni, quello per cui lavorando onestamente si migliorava la propria condizione e quella dei figli, si è incrinato. La globalizzazione, la finanza speculativa, le piattaforme digitali hanno spostato ricchezza e potere in modi che molte persone percepiscono come ingiusti. E hanno ragione a percepirli così.

Da imprenditore, sento questa responsabilità in modo molto concreto. Credo nel mercato, credo nell'impresa, credo nel profitto come misura di un valore creato. Ma credo anche che un'impresa che crea valore solo per i propri azionisti, scaricando i costi su dipendenti, clienti e territorio, stia segando il ramo su cui è seduta. Ross propone di guardare non solo agli azionisti ma a tutti i portatori di interesse: chi lavora, chi compra, chi vive vicino all'azienda, chi ne subisce le conseguenze.

Ci sono tre passaggi del suo ragionamento che porto con me:

  • Tutti devono pagare la propria giusta quota. Non c'è contratto sociale possibile se i più grandi trovano sempre il modo di non contribuire. Le grandi piattaforme digitali che fanno da casello su ogni transazione online devono contribuire come chiunque altro.
  • Nulla impedisce di pagare bene le persone. Molte scelte che presentiamo come obbligate sono in realtà scelte. Si può decidere di distribuire meglio il valore creato, e spesso conviene anche economicamente.
  • Un'azienda non può evitare di esprimere le proprie basi etiche. In un mondo in cui la legge arriva sempre in ritardo rispetto alla tecnologia, essere in regola non basta. Bisogna sapere che cosa si è disposti a fare e che cosa no, anche quando nessuno lo vieta.

Quest'ultimo punto, per chi costruisce intelligenza artificiale, è cruciale. Le norme europee sono arrivate e sono importanti, ma non potranno mai prevedere tutto. Per questo credo che ogni impresa che usa l'intelligenza artificiale debba scrivere, nero su bianco, una propria carta dei principi: che cosa non faremo mai con i dati dei clienti, quali decisioni resteranno sempre umane, come garantiremo trasparenza. Non per obbligo, ma per carattere.

Che cosa insegnare alla prossima generazione

Di tutti i temi che Ross affronta, quello che mi tocca di più come persona è l'educazione. Che cosa dobbiamo insegnare ai ragazzi che oggi hanno dieci, dodici, quindici anni e che entreranno nel mondo del lavoro quando l'intelligenza artificiale sarà ovunque?

Bambino di spalle in un cortile di biblioteca con un libro e un tablet illuminati
Un libro e un tablet: due lingue, una sola curiosità da proteggere.

Ross suggeriva che ogni ragazzo dovrebbe imparare due lingue: una lingua nel senso tradizionale e un linguaggio di programmazione. Oggi aggiornerei così: una lingua straniera per parlare con il mondo, e la capacità di dialogare con le macchine, che significa saper programmare quel tanto che basta per capire la logica, ma soprattutto saper formulare domande precise, verificare le risposte e riconoscere quando un sistema sta sbagliando.

Poi c'è un insegnamento che Ross metteva in guardia a non trascurare: i genitori dovranno parlare ai figli della permanenza dei dati, così come una volta si parlava dei pericoli della strada. Una foto, un messaggio, un commento lasciati online a quattordici anni possono riemergere a trent'anni. Non per spaventarli, ma per renderli consapevoli che la propria identità digitale si costruisce giorno per giorno, come la reputazione.

E infine c'è l'insegnamento più importante, che nessuna tecnologia potrà sostituire: il carattere. La curiosità, la tenacia, la capacità di lavorare con gli altri, l'onestà intellettuale di dire «non lo so» e la voglia di scoprirlo. In un mondo in cui le risposte costano sempre meno, le domande giuste valgono sempre di più. Ai ragazzi vorrei insegnare prima di tutto a fare buone domande.

L'urgente e l'importante

C'è un passaggio di The Italian Dream apparentemente minore che invece considero una lezione di vita: la necessità di concentrarsi sugli impegni importanti e non solo su quelli urgenti. Sembra la classica regola dei manuali di produttività. In realtà è una disciplina morale.

L'urgente grida. L'importante sussurra. Le email, le telefonate, le emergenze quotidiane occupano ogni spazio disponibile se glielo permettiamo. Le cose importanti, come la formazione di una squadra, la strategia dei prossimi cinque anni, la salute, il tempo con le persone che amiamo, non suonano mai il campanello. Aspettano. E se non le mettiamo deliberatamente in agenda, aspettano per sempre.

Qui l'intelligenza artificiale può davvero essere una gamba bionica. Io la uso per proteggere il tempo importante: per filtrare il rumore, preparare le decisioni, ricordarmi gli impegni che contano davvero, liberarmi ore che poi dedico a pensare, leggere, incontrare persone. Paradossalmente, la tecnologia più avanzata che abbia mai usato mi serve soprattutto a recuperare una cosa antichissima: il tempo per riflettere.

Dieci impegni per gli anni che arrivano

Le idee servono solo se cambiano qualcosa. Per questo chiudo il mio taccuino con dieci impegni, che prendo con me stesso e che propongo a chiunque guidi un'impresa, una squadra o semplicemente la propria vita in questo decennio:

  1. Sognare in grande e misurare in piccolo. Una visione ambiziosa, verificata ogni settimana con passi concreti.
  2. Giocare la partita, non solo arbitrarla. Costruire tecnologia italiana applicata ai settori in cui siamo i migliori, invece di limitarci a regolare quella degli altri.
  3. Progettare gambe bioniche, mai sedie a rotelle. Ogni automazione deve potenziare le persone e restare spiegabile.
  4. Imparare a far fare. Diventare bravi a orchestrare agenti intelligenti e persone, dando istruzioni chiare e verificando i risultati.
  5. Trasformare la sfiducia in verifica. Togliere ogni passaggio inutile, chiedere un'informazione una sola volta, rendere tutto tracciabile.
  6. Difendere gli originali. Dati e documenti ufficiali devono restare autentici, archiviati e verificabili. L'intelligenza artificiale li legge, non li inventa.
  7. Portare la sicurezza al tavolo delle decisioni. Governance dei dati e dell'intelligenza artificiale come tema strategico, non tecnico.
  8. Passare il testimone. Dare responsabilità vere ai giovani e alle donne, premiare il merito, emulare invece di invidiare.
  9. Scrivere la propria carta etica. Sapere che cosa non faremo mai, anche quando la legge lo consentirebbe.
  10. Proteggere l'importante dall'urgente. Usare la tecnologia per liberare tempo da dedicare a pensare, imparare e stare con le persone.

Lo specchio

Nel suo libro sull'Italia Ross consegna una frase che è insieme una provocazione e una promessa: «Solo gli ottimisti cambiano il mondo». Per molto tempo l'ottimismo mi è sembrato un tratto del carattere, qualcosa che si ha o non si ha. Oggi penso che sia una scelta, e anche una responsabilità.

Il pessimista ha quasi sempre ragione nel breve periodo. Le cose vanno spesso male, le riforme si arenano, i progetti falliscono. Ma il pessimista non costruisce nulla, perché non vede il motivo di farlo. L'ottimista sbaglia più spesso, ma è l'unico che prova. E il futuro, quello vero, è sempre stato costruito da persone che hanno sbagliato molte volte prima di riuscire.

Alla fine, tutto quello che ho scritto si riduce a una domanda da farsi ogni mattina davanti allo specchio: oggi sono stato una gamba bionica o una sedia a rotelle, per me stesso e per le persone che lavorano con me? Ho costruito fiducia o ho aggiunto burocrazia? Ho emulato o ho invidiato? Ho passato il testimone o l'ho trattenuto?

Il 2026 e gli anni che verranno non ci chiederanno di prevedere il futuro. Ci chiederanno di meritarlo. Io ho deciso di provarci, con ottimismo, disciplina e un'intelligenza artificiale che resti sempre, profondamente, al servizio dell'umano.

Se queste idee ti parlano, scrivimi: mi interessa sapere quale dei dieci impegni senti più vicino, e quale invece ti sembra più difficile da mantenere.